Storia

L’idea di creare questa associazione nacque da una semplice riflessione: “Se i ‘‘normodotati” hanno la possibilità di far parte di una vera e propria squadra di calcio, perché non pensare di crearne una aperta a tutti coloro che vogliono e possono fisicamente indossare delle scarpette da calcio e correre dietro un pallone?”. Ma il calcio, in fondo, per il progetto di Quartotempo, è una “scusa”, uno strumento per consentirci di lavorare su altro. Per uno psicologo un luogo eccellente su cui affacciarsi ed osservare: è stato cosi che nell’idea iniziale è stata inclusa la figura di uno psicologo. Il campo da calcio poteva essere un setting nuovo, denso di relazioni e semplici regole, di movimento fisico e mentale, di soddisfazioni e delusioni, di scambio. Insomma di vita. Il ruolo di “psicologo in campo” quindi: un punto di riferimento per gli atleti che avevano un nuovo luogo tutto per loro, in cui i genitori non avevano accesso se non in rare occasioni e in cui le figure costantemente presenti nella vita degli atleti potessero affacciarsi di tanto in tanto; un responsabile delle osservazioni su come gli atleti si muovevano nelle relazioni, e a cui i genitori potevano far riferimento per arricchire la propria conoscenza del figlio.
L’approccio alla persona adottato fu quello della ‘‘Teoria dei Costrutti Personali” di G.A.Kelly. La stesura del progetto fu intrisa delle più significative nozioni della teoria.

Secondo Buber, la vita, la realtà, il mondo, sono, essenzialmente, un complesso di relazioni interpersonali. La vita è tra persone e tra cose, non in esse, e noi non possiamo diventare sé o vivere come sé se non nelle relazioni, poiché la conoscenza di se stessi è eminentemente conoscenza di se stessi in relazione a un altro. Non c’è un io in se stesso, ma solo un io che sta di fronte a un tu nella realtà della relazione. “Attraverso il Tu un uomo diventa Io”, una persona (Buber, 1923/1937, p. 28).
Forse era questo il senso che fece da molla ed innescò l’inizio del progetto, più di dieci anni fa. Molti anni, se si pensa che parliamo di tempo libero, erroneamente considerato non un bisogno primario. La sua longevità, a nostro avviso, supporta l’idea che l’io sia complementare al tu, come ricorda Buber.
La nostra associazione cerca di far tesoro soprattutto dell’invito che ogni punto di vista è legittimo, che è costruttivo pensare che non possa esistere una realtà data, giusta e migliore di un’altra. Ci smarriremmo in una competizione sterile, nel solipsismo, in un’esistenza privata dalla ricchezza del confronto con l’altro.
Al centro della teoria c’e il concetto che l’interazione tra due persone è possibile se vi è una comprensione reciproca. Se due persone sono completamente diverse non significa che non possano comprendere il modo in cui ciascuna costruisce gli eventi. Perché si possa entrare in relazione con un’altra persona, non è strettamente necessario che questa sia simile a noi. Occorre invece, assumere il suo punto di vista, “mettersi nei suoi panni”, seppur molto diversi dai nostri, guardare il mondo attraverso i suoi “occhiali”. In quel campetto di diversità ce n’è in abbondanza e più ci si immerge più è difficile interpretare assurdo ciò che vediamo, sentirsi superiore o quindi inferiore, vedersi nel giusto o pensarsi sbagliato. E’ in questo modo che il concetto di “disabilità”, lentamente, puo mutare forma fino a non avere più il senso che gran parte della cultura ancora gli dà.
Tutto è relativo: dipende dal punto di vista da cui ti affacci sul mondo.