L’anima del progetto

l’interfaccia tra piano tecnico e piano psicologico

La peculiarità del progetto sta nella delicata ma fondamentale interfaccia tra il piano tecnico e il piano psicologico. Il piano tecnico (ad appannaggio dell’allenatore) si fonda su un approccio comunicativo molto diretto al gruppo e non molto diversificato: il dover dare rapide soluzioni (attraverso stimolo-risposta) a situazioni calcistiche e la necessità di impartire esercizi tecnici, tattici e fisici (attraverso le regole della squadra e del gioco, il rispetto dei compagni e altri elementi funzionali alla “riparazione rapida”, al “risultato principale”, alla “conclusione”) trovano un’integrazione florida con l’altro piano che tende invece a perseguire più “la complessità dell’auto-ricostruzione”, il “processo” più che della conclusione.

Tutto ciò che riguarda la parte tecnica è funzionale per creare una dimensione di squadra “vera e propria” che risulta un fondamentale strumento per gli atleti nella costruzione di un senso sovraordinato dell’esperienza che stanno vivendo, basato sulla loro soddisfazione (che nasce dal giocare, dalla condivisione, dalla partecipazione e dal sentirsi parte di qualcosa), sull’attività fisica e sulla possibilità di raggiungere obiettivi in maniera rapida e facilmente accessibile (realizzare un gol, un passaggio, riuscire a bloccare un’azione avversaria, uno scambio verbale e non verbale …).

La creazione del senso del proprio agire, e in particolar modo poterlo condividere con i compagni, è peculiare da una parte per “agganciare” gli atleti all’attività, dall’altra per consentire allo psicologo di osservare e raccogliere elementi, aspetti del comportamento che si replicano e arricchiscono la conoscenza dell’atleta. Un processo di costruzione professionale dell’atleta corroborato dalla sempre maggiore possibilità di anticipazione di alcuni suoi comportamenti. In mezzo agli atleti, a volte defilandosi, a volte immergendosi nel gioco con tutte le scarpette, lo psicologo può osservare, ipotizzare, verificare e confermare o disconfermare la propria idea sul perché ognuno dei calciatori si muova in una certa maniera che gli consente di dargli gioia o disagio, dolore o speranza. Sta in mezzo a loro col proprio bagaglio d’ipotesi, in relazione diretta o di passaggio, come ritiene più utile nei vari momenti, sempre con l’obiettivo di co-costruire una strada alternativa da percorrere nel campo da calcio come nella vita di tutti i giorni. Anche l’aggancio perciò nasce come una co-costruzione (tra l’equipe, l’atleta e la squadra) di senso in cui la persona, con le sue caratteristiche, risiede al centro del processo; ed è importante per rendere meno percorribile l’abbandono dell’esperienza e poter dare una continuità al lavoro dell’equipe costruttivista riguardo alla proposta di nuovi modi di relazionarsi a se stessi, agli altri e all’etichetta pesantissima che si porta dietro il concetto di disabilità.

Si va ad agire con l’equipe (di cui fa parte anche l’allenatore in una veste diversa) su piani in cui si osserva un blocco dell’esperienza, cioè un ripetersi disadattivo del comportamento frutto spesso dell’incapacità transitoria di vedere alternative al proprio agire, o meglio di vedere il senso e la possibilità di percorrere strade alternative.

Osserviamo che i dettami dell’allenatore (un vero e proprio professionista) di natura tecnica, tattica, fisica sono “perturbazioni” che gli atleti interpretano in modi molto diversificati e che un’attenta osservazione può cogliere per consentire allo psicologo di entrare con delicatezza e sensibilità nella loro vita con molte informazioni. Tale azione si deve basare sulla conoscenza a mano a mano più profonda delle caratteristiche di ognuno di loro, dei modi in cui quella persona è solita “anticipare” e leggere gli eventi (cioè tutto ciò che accade).

Sono comunque copiosi i momenti “perturbativi” di cui l’equipe può approfittare: oltre ai dettami tecnici, tattici e fisici dell’allenatore vi sono le relazioni con la persona stessa dell’allenatore, con i compagni, con il pubblico, con lo psicologo e con l’educatore, con l’ospite, col nuovo atleta, con il pallone, con il gol, con le cadute e le ginocchia ferite, con il palo-fuori, con il rigore sbagliato e realizzato.

La squadra così concepita diventa un luogo altro dai luoghi in cui spesso le persone con disabilità si trovavano a vivere. In questo luogo “nuovo” è possibile sperimentarsi in maniera diversa: sono molto stimolate le relazioni nelle quali si prova a scoprire e a costruire il proprio ruolo e a riconoscere e legittimare il ruolo degli altri, attraverso processi di comprensione e accettazione (auto ed etero dirette).

Lo scopo è di co-costruire assieme all’atleta strumenti spendibili nella vita di tutti i giorni: vogliamo che il campo da gioco sia più che una semplice parte della vita; vogliamo sia un setting sperimentale, una metafora della vita stessa.

Nel tempo, l’evoluzione del ruolo dello psicologo ha portato tale figura a svolgere la funzione di supervisore della parte psicologica del progetto che, oltre ad osservare, raccoglie osservazioni degli operatori presenti al fianco degli atleti ma anche degli stessi atleti sui propri compagni. Tanto “materiale” per cercare di comprendere in che modo gli atleti della “ASD QuartoTempo Calcio” conoscono il mondo.