Approccio psicologico ed educativo del progetto

l’ottica ‘‘Costruttivista Ermeneutica’’ per uno sguardo diverso sulla disabilità.

Far riferimento ad un’epistemologia costruttivista nella pratica clinica all’interno dei servizi socio-educativi ha rappresenta l’opportunità di seguire un approccio che cambia molte teorie e pratiche comuni nella tradizione dell’educazione: non la riteniamo la migliore prospettiva in assoluto, la più efficace ed efficiente, ma piuttosto un’opportunità di conoscenza e scoperta di nuovi vincoli e nuove possibilità nel lavoro educativo, la cui creatività è spesso smorzata da sistemi di classificazione, diagnosi immodificabili, programmi didattici, progetti “oggettivamente” funzionali per tutte le persone.

La progettazione educativa, in una prospettiva costruttivista, può essere vista come un’occasione per costruire un cambiamento delle persone coinvolte verso modalità di funzionamento più soddisfacenti per la persona, o quantomeno di facilitare questa ricerca.

Partiamo da una sintesi di ciò che significa adottare una prospettiva costruttivista nell’ambito della progettazione educativa mettendo in relazione i presupposti teorici con la costruzione del lavoro educativo:

Il presupposto teorico di REALTÀ

La realtà ontologica non è né conoscibile né approssimabile. La realtà di ciascuno di noi è una costruzione personale: il criterio di simmetria tra costruzione personale e mondo ontologico è sostituito da quello di percorribilità delle costruzioni personali (una costruzione è percorribile nella misura in cui non è ostacolata da vincoli del mondo ontologico).

Le costruzioni personali, le diverse visioni del mondo hanno un’intrinseca validità: ogni forma di vita è unica, autolegittimata e autogiustificata pur essendo una realizzazione tra le innumerevoli possibili.

Come lo applichiamo nel lavoro educativo con la disabilità:

La disabilità, il disagio sociale, il ritardo mentale non sono dati di fatto, verità, ma possono essere considerate come costruzioni utilizzate dalla persona per costruire un senso di sé, degli altri e delle sue relazioni.

Dato che tutte le costruzioni sono personali (costruirsi come disabile non è uguale per tutti, non ha le stesse implicazioni) tale costruzione ha una sua intrinseca validità, una legittimità: attraverso la conoscenza del mondo della persona si può comprendere la sua costruzione della propria disabilità e l’implicazione che essa ha.

Il presupposto teorico di CONOSCENZA

la conoscenza è dipendente dall’osservatore: non è un processo di rispecchiamento, né di rappresentazione della verità, ma un processo di costruzione personale. La conoscenza della verità, di una realtà assoluta, ha quindi poco senso: ciò che interessa è la conoscenza delle costruzioni personali, della realtà della persona. Questo significa che per conoscere la persona è fondamentale imparare a costruire il mondo attraverso i suoi occhi, mettersi nei suoi panni, comprendere la sua prospettiva, mettendosi in relazione.

Come lo applichiamo nel lavoro educativo con la disabilità:

conoscere l’altro attraverso il proprio specifico modo di conoscere: nella relazione con l’altro ci sono in gioco le mie costruzioni e le costruzioni dell’altro. La mia conoscenza non è oggettiva, ma personale. Il confronto con gli altri è un’opportunità di considerare altre prospettive rispetto agli stessi elementi considerati o altri elementi (LAVORO DI EQUIPE).

Ci interessa conoscere la persona e non solo una delle categorie con cui viene descritta: “È una sindrome di down, è una tetraparesi, è un’encefalopatia profonda….”; la persona e non solo i sintomi, non solo l’elenco di ciò in cui è rimasta indietro o l’elenco di ciò che deve imparare per essere normalizzata.

Questo ci introduce al concetto di diagnosi transitiva.

A cosa serve una diagnosi?

Classicamente serve a definire alcuni aspetti ritenuti rilevanti della persona per poi decidere come muoversi: ICDH, ICF e altri tipi di classificazione come le diagnosi sociali, hanno lo scopo di creare un linguaggio comune, e soprattutto di stabilire criteri di definizione condivisi sulla base dei quali poter poi decidere quale tipo di trattamento o riabilitazione applicare a quella categoria. Il senso di questa diagnosi e di questi strumenti è chiaro all’interno dei contesti professionali medici, sociali.

Nel contesto della progettazione educativa, adottando un punto di vista costruttivista, è più utile considerare la diagnosi come un’iniziale descrizione del momento di vita della persona, un momento non definitivo della sua storia; questo momento può essere descritto allargando la nostra conoscenza alla comprensione della persona e dei processi di costruzione di ciò che gli crea una sofferenza personale, di ciò che la soddisfa, di ciò che pensa sia stato e di cosa pensa che sarà.

Il contesto in cui è possibile comprendere l’altro è la relazione con la persona, considerata lo strumento del lavoro educativo.

Il presupposto teorico di PERSONA

La persona è la maggiore esperta di sé”, della propria prospettiva del mondo, di cosa pensa, sente, vuol fare, non vuol fare, desidera, non desidera. Si evince perciò una visione dinamica della persona, non statica.

Come lo applichiamo nel lavoro educativo con la disabilità:

Progettare qualcosa che riguarda una persona significa pensare che questa persona sia un protagonista, negando la possibilità di una figura esperta esterna possa sostituirsi a essa nella gestione delle proprie problematiche o della propria vita.

Significa che la prima persona cui chiediamo cosa voglia fare e come lo voglia fare è la persona che è la protagonista del progetto che vogliamo costruire.

Questa scelta spesso è difficilmente condivisibile all’interno della rete di persone che partecipano al progetto, soprattutto nei casi d’interdizione della persona o di dubbi sulla possibilità di comunicare in qualche modo con essa. Rispetto a quest’ultimo punto, riteniamo ci sia, anche nei casi ritenuti più gravi, una possibilità di comprendere l’esperienza dell’altro.

La persona è in continuo MOVIMENTO di ampliamento, accomodamento, verifica del proprio modo di funzionare e vivere; ogni persona continua a svilupparsi o cambiare dal momento in cui nasce, può essere perciò considerata come una forma di movimento.

Questo significa non dare mai per definitiva e statica una lettura /comprensione di essa ma considerarla una modalità /caratteristica o un momento del suo sviluppo e crescita personale.

A livello educativo significa mettere in continua discussione le ipotesi d’intervento, essere sempre pronti a cogliere i segni del futuro, senza per questo sfociare nel caos.

Questo ha importanti implicazioni nella relazione con la persona, principalmente nei termini di SPERANZA nella possibilità di cambiamento personale.

Il presupposto teorico di MALATTIA, TERAPIA e GUARIGIONE

Il disturbo rappresenta un blocco di questo continuo movimento che è la persona, del processo continuo di costruzione e ricostruzione della sua esperienza, alla perdita di un adattamento all’ambiente. La terapia mira a favorire nella relazione con il cliente un’esplorazione della conoscenza personale e soprattutto un’elaborazione di modi alternativi di costruire se stesso e la sua relazione con gli altri, tale da permettere una dissoluzione del problema presentato, un benessere.

Come lo applichiamo nel lavoro educativo con la disabilità:

Il disturbo è dato dalla difficoltà del soggetto a creare un’alternativa alla gestione/funzionamento che si sta mostrando non funzionale/provocatrice di sofferenza soggettiva (non riesce a fare scelte diverse). In questo ambito spesso il disturbo è identificato con la disabilità stessa e gli aspetti problematici come correlati della diagnosi. In quest’ottica il disturbo non è identificabile nella disabilità, quanto nelle relazioni della persona alla luce della sua costruzione di “sé disabile” e degli “altri non disabili”.

Il superamento del disturbo perciò non avviene con la “correzione” del funzionamento sbagliato con uno giusto per definizione, bensì attraverso la creazione di un nuovo modo di funzionare che né gli “esperti” né la persona inizialmente hanno a disposizione, con la creazione di nuovo movimento (le scelte) personale che porti a un benessere soggettivamente esperito.

Il presupposto teorico di CAMBIAMENTO

Tutto ciò che una persona può fare, agire, pensare, sentire, è permesso e vincolato dalla sua struttura, dal suo modo di vedere se stesso e il proprio contesto.

Favorire un cambiamento significa perciò costruire una relazione attraverso la quale COMPRENDERE la persona attraverso l’ESPLORAZIONE della conoscenza personale (che può di per sé già facilitare un cambiamento) e soprattutto attraverso l’ELABORAZIONE creativa e la SPERIMENTAZIONE di modi alternativi di costruire sé e gli altri che sia per essa plausibili.

Come lo applichiamo nel lavoro educativo con la disabilità:

Costruire un progetto educativo significa favorire un cambiamento attraverso la costruzione di una RELAZIONE con la persona: COMPRENDERE la richiesta della persona, in che cosa consiste il suo problema, come vede il suo mondo e anche noi, attraverso:

  1. ESPLORARE il suo modo di vedere il mondo
  2. ELABORARE e SPERIMENTARE nuovi modi di farlo che siano soggettivamente più soddisfacenti